Siamo tutti precari


Di Roby Noris



Il quadro di precarietà svizzero con mezzo milione di poveri e 400’000 posti di lavoro traballanti non mi convince. Non contesto tanto i dati statistici perché tutti questi studi infatti sono generalmente validi purché messi in relazione agli obiettivi per i quali le analisi sono state fatte, chiarendo bene i parametri che si vogliono utilizzare. Ciò che mi lascia perplesso è che a partire da questi dati citati in modo generico si crei un’immagine di insicurezza e di povertà che non corrisponde alla realtà che vedo dal mio osservatorio. Caritas Ticino in cui lavoro da venti anni e che dirigo da dieci, fra servizio sociale e programmi occupazionali è entrata in contatto con migliaia di persone che in Ticino possono essere catalogate fra i poveri, spesso i più poveri, perché questa è la nostra vocazione. Ebbene il quadro della povertà che ci siamo fatti non è quello manicheista dove un “cattivo mercato” esclude “buoni poveri lavoratori”. Questo è un grossolano errore di prospettiva che impedisce un dialogo costruttivo fra economia e “sociale”. La povertà che continuiamo a incontrare è solo apparentemente materiale, nel senso della mancanza di soldi, ma è invece una mancanza di possibilità di progettare il futuro usando di tutte le proprie potenzialità. Ci sono certamente molte persone che vivono modestamente ma decorosamente, anziani con pensioni che permettono di fare poco più del necessario, o famiglie costrette al doppio salario per potersela cavare. Tutto questo comunque in un quadro dove l’essenziale è garantito a tutti, e anche qualcosa in più.

Qualche anno fa ero rimasto esterrefatto da un servizio della Rai sulla povertà in Svizzera dove si accostavano in modo grossolano, pellicce e belle donne con i barboni nella stazione di Zurigo, citando il dato fatidico del mezzo milione di poveri nella ricca Svizzera. Oggi, con una pennellata di scientificità e qualche dotta categoria sociologica, a raccontare le stesse cose sono esponenti del mondo sociale e organizzazioni umanitarie al di sopra di ogni sospetto. E la stessa visione pauperistica la ritroviamo tragicamente nel documento “Quale futuro vogliamo costruire”  (vedi Caritas Insieme N2 1999) prodotto ecumenicamente dalle chiese Cattolica e Riformata e, dopo anni di consultazione, consegnato ai presidenti della Confederazione e del nostro Consiglio di Stato.

Una visione perdente in partenza che riduce le espressioni di solidarietà a puro assistenzialismo. E l’assistenzialismo è la trappola di ogni stato sociale avanzato.

Inutile demonizzare l’economia e il mercato anche se è doveroso lottare contro le palesi disparità e ingiustizie. 

Fatto questo però bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà della nostra povertà: spesso questa condizione che porta a chiedere aiuto ai servizi di Caritas Ticino è il risultato di scelte personali, di errori di percorso, di mancanza di flessibilità, di impegno e di coraggio, di pretese del “tutto e subito”. Nei nostri programmi occupazionali e di inserimento non piangiamo addosso ai poveri disoccupati ma tentiamo attraverso il lavoro, la produzione, i ritmi, l’accompagnamento, di ridare una possibilità a chi talvolta si auto esclude dal mercato, spesso senza volerlo e senza saperlo, vittima solo di se stesso.

Ma allora la precarietà è davvero dilagante? Mi viene il sospetto che di fronte ad una economia in velocissima evoluzione e profonda trasformazione, se si usano criteri superati e anacronistici,siamo semplicemente tutti molto molto precari. È comunque la condizione in cui Uno ha incominciato a cambiare la storia duemila anni fa a Betlemme. Buon Natale.